"Antropologia e servizi", riassunto (testo e audio)

Audio-riassunto di "Antropologia e servizi: intersezioni etnografiche fra ricerca e applicazione" (a cura di Tarabusi e Gallotti)

(Riassunto realizzato con l'IA Claude)

Capitoli

CAPITOLO 1 – Federica Tarabusi e Cecilia Gallotti

Mondi dell'antropologia, mondi dei servizi: incontri etnografici e pratiche trasformative

Il punto di partenza: un rapporto ambiguo tra antropologia e servizi

Le autrici aprono il capitolo citando Blomberg e Darrah, due studiosi che nel 2015 hanno proposto l'idea di una antropologia dei servizi, sostenendo che gli esseri umani abitino da sempre mondi di servizi. Le modalità informali di erogazione e circolazione di beni e servizi avrebbero caratterizzato la condizione umana molto prima che si formassero i moderni sistemi di welfare. Nonostante questo, l'analisi dei servizi è rimasta a lungo marginale nel dibattito antropologico italiano, schiacciata da altri temi considerati più affascinanti.

In Italia, il rapporto tra antropologia e servizi è definito dalle autrici come ambiguo. Da un lato, gli antropologi sono sempre stati presenti nei contesti di servizio: ospedali, servizi sociali, centri di accoglienza, strutture per anziani o minori. Dall'altro, i servizi sono stati usati quasi sempre come contesto per studiare altro, per esempio la salute, la migrazione o la povertà, e raramente come oggetto di studio in sé. I servizi facevano da sfondo, non da protagonisti. L'obiettivo del volume è invertire questa tendenza.

Un elemento che ha cambiato le cose negli ultimi anni è la cosiddetta antropologia nativa o domestica, cioè lo studio del proprio contesto sociale e culturale. Questo approccio ha incoraggiato molti giovani ricercatori italiani a entrare in ospedali, cooperative sociali, sportelli abitativi, équipe multiprofessionali, producendo lavori etnografici sempre più vicini al mondo dei servizi. Anche il dottorato è diventato, per alcuni antropologi già professionalmente impegnati nei servizi, un'occasione per rielaborare quelle esperienze in modo auto-etnografico, costruendo una distanza critica dal proprio lavoro.

Tuttavia, le autrici segnalano una carenza importante: mancano spazi condivisi di elaborazione collettiva tra antropologi che lavorano nei servizi. Il Laboratorio permanente SIAA/APP.LAB, acronimo di Antropologia Applicata ai Servizi Sociali, Sanitari e dell'Accoglienza, è nato proprio per colmare questo vuoto, offrendo un luogo di confronto tra professioniste che si muovono in contesti complessi, spesso con la sensazione di doversi inventare tutto da soli.

Cosa sono i servizi: una realtà multidimensionale (2' 30'')

Le autrici propongono una visione dei servizi come realtà singolari e complesse. I servizi sono punti di intersezione tra Stato e cittadini. Sono luoghi dove convivono rigidità burocratica e spinte al cambiamento, logiche di controllo e forme di solidarietà, crisi ripetute e capacità evolutive. Sono allo stesso tempo istituzioni culturalmente costruite, organizzazioni con una propria vita interna, e micro-contesti di lavoro dove si negoziano quotidianamente significati, valori, regole e rapporti di potere.

I servizi incarnano l'ambivalenza delle politiche pubbliche, oscillando tra welfare neoliberale, basato su criteri di efficienza e merito individuale, e solidarietà sociale, basata sul riconoscimento dei diritti. Sono attraversati da confini sempre più traballanti tra pubblico e privato, tra Stato e mercato, tra assistenza istituzionale e terzo settore.

Per comprendere tutto questo, le autrici propongono un approccio multifocale, capace di combinare diversi piani di lettura e scale di analisi: quella istituzionale, quella organizzativa e quella professionale.

Il primo piano: le istituzioni e il loro potere classificatorio (3' 45'')

Le istituzioni pubbliche non sono semplici canali neutrali attraverso cui lo Stato eroga servizi. Sono costruzioni culturali che producono categorie di pensiero, classificano le persone, trasmettono valori morali e definiscono chi merita aiuto e chi no. Questa idea viene da Mary Douglas, che ha mostrato come dietro il funzionamento ordinario della società si nasconda una vasta rete di strutture istituzionali che insegnano alle persone come pensare, come classificare il mondo e come stare nei ruoli assegnati.

In campo antropologico, questa prospettiva ha permesso di analizzare come i servizi di welfare trasformino valori morali della società, riguardanti la famiglia, il lavoro, la salute, la cura, in pratiche quotidiane degli operatori. Le istituzioni classificano i cittadini come poveri, malati, rifugiati, devianti, e queste categorie si concretizzano nell'agire burocratico dei servizi che le persone incontrano per accedere ai propri diritti.

Valentina Porcellana, che ha studiato i servizi per adulti senza dimora nel contesto torinese, ha mostrato come le logiche morali dell'autonomia individuale, penetrate nei sistemi di welfare europei, finiscano spesso per cronicizzare le situazioni di precarietà piuttosto che risolverle. L'assistenza pubblica viene pensata per sottrazione, cioè come recupero di una condizione individuale, invece che come riconoscimento di un diritto universale. Questo è un esempio di come le istituzioni del welfare possano diventare esse stesse produttrici di disuguaglianza e sofferenza.

Aihwa Ong ha invece mostrato, nel contesto del welfare americano, come i rifugiati cambogiani non fossero semplicemente soggetti passivi del sistema, ma riuscissero ad agire attivamente al suo interno, modificandone pratiche e obiettivi, sfruttando le risorse della propria esperienza migratoria e diasporica. Questo ci dice che le istituzioni non sono universi chiusi che si auto-riproducono, ma mondi costruiti e ricostruiti ogni giorno nelle pratiche di attori sociali che le abitano per scopi diversi, a volte repressivi, a volte compassionevoli, a volte semplicemente creativi.

Nel campo delle politiche di asilo, che è uno dei temi centrali del volume, la letteratura antropologica italiana ha ben documentato le condizioni di precarietà e temporalità incerta prodotte dalle logiche burocratiche e infantilizzanti dell'assistenza. Autori come Vacchiano, Sorgoni, Pinelli e Ciabarri hanno mostrato come queste logiche producano effetti devastanti sulle esperienze di soggetti già marginali. Allo stesso modo, nell'ambito dell'antropologia medica e dell'etnopsichiatria, studiosi come Good e Quaranta hanno analizzato come le strutture ospedaliere, dominando premi e punizioni, lascino ai pazienti pochissimi spazi per negoziare i termini della propria esperienza di malattia.

Rimaneggiare queste cornici istituzionali è però possibile. Gli operatori dei servizi, proprio perché vivono ogni giorno i meccanismi burocratici, sviluppano tattiche per aggirarli, ammorbidirli, usarli in modo diverso. Mediare i linguaggi, riformulare le richieste istituzionali, trasformare dispositivi formali in spazi di confronto: queste sono alcune delle strategie che emergono dai saggi del volume.

Il secondo piano: le organizzazioni come laboratori di cambiamento (6' 55'')

Istituzioni e organizzazioni non sono la stessa cosa, anche se spesso vengono confuse. Lo ricordano Garsten e Nyqvist: un'istituzione non riflette necessariamente un'organizzazione e viceversa. Un sistema sanitario è un'istituzione, ma ogni azienda ospedaliera, ogni reparto, ogni cooperativa sociale è un'organizzazione con la propria storia, la propria cultura interna, i propri conflitti e le proprie risorse.

L'antropologia delle organizzazioni, un ambito ancora poco sviluppato in Italia, ha fornito strumenti preziosi per capire come funzionano davvero i servizi. Olivetti Manoukian ha definito i servizi come organizzazioni complesse. Wright ha mostrato come i significati, i codici e i modelli culturali condivisi nelle organizzazioni diventino orizzonti abitudinari interiorizzati nel lavoro quotidiano. Olivier de Sardan ha invece insistito sulla dialettica tra norme organizzative ufficiali e pratiche informali che regolano il funzionamento reale delle strutture.

Le organizzazioni dei servizi sono luoghi dove convivono ordine e disordine, routine e creatività. Proprio per questo possono diventare, secondo le autrici, dei veri laboratori di cambiamento, spazi dove sperimentare nuovi modi di lavorare, di prendersi cura delle persone, di ripensare i contesti professionali. L'intervento antropologico può contribuire a costruire reti di collaborazione tra diversi settori, connettere attori istituzionali e non, allargare le maglie del sistema.

Il terzo piano: le professioni e il sapere incorporato (8' 30'')

Gli operatori dei servizi non sono esecutori passivi di regole. Portano con sé un sapere professionale incorporato, fatto di esperienza, emozioni, relazioni, abitudini percettive. Questo sapere è difficilmente codificabile e si apprende solo attraverso la pratica quotidiana. Goodwin lo ha chiamato sapere aggiuntivo, Olivier de Sardan lo descrive come repertorio di saperi operativi e norme pratiche.

Donatella Cozzi, in un lavoro pionieristico sull'antropologia della professione infermieristica in Italia, ha mostrato come le infermiere debbano negoziare continuamente tempi e spazi dei pazienti con le logiche dell'organizzazione ospedaliera, mediare tra medici e pazienti, custodire i confini del corpo in una dialettica costante tra cura e controllo. Il loro lavoro è molto più ricco e ambivalente di quanto appaia dall'esterno.

Silvia Stefani, in uno dei saggi del volume, ricostruisce come le relazioni intra e interprofessionali tra educatori e professionisti sanitari all'interno di un centro residenziale siano decisive per capire la storia incorporata del servizio, cioè le logiche implicite che orientano le scelte quotidiane. Comprendere queste dinamiche richiede un'immersione etnografica che non si limiti a osservare dall'esterno ma sappia entrare nei mondi professionali dall'interno.

Il lavoro dell'antropologo: responsabilità e creatività (9' 49'')

Le autrici descrivono il lavoro dell'antropologo nei servizi come un continuo gioco di equilibri tra responsabilità e creatività, che si declina su più livelli. A livello epistemologico, l'antropologo deve rispettare i presupposti teorici della disciplina e i gesti del lavoro sul campo. A livello metodologico, deve tradurre il metodo etnografico senza tradirne le finalità. A livello applicativo, deve aspirare a cambiare dinamiche sociali e ideologie oppressive. A livello interdisciplinare, deve aprire i confini del proprio linguaggio verso altri saperi.

Una tensione fondamentale è quella tra il ruolo verticale, cioè l'osservazione critica dall'alto con uno sguardo decentrato, e il ruolo orizzontale, cioè l'accompagnamento a fianco degli operatori e degli utenti in simmetria e reciprocità. Stare dentro la scena dei servizi, non solo dietro le quinte, richiede di rinunciare alle certezze disciplinari e lasciarsi trasformare dal contesto.

Un tema cruciale è il tempo. Il metodo etnografico richiede immersione lenta e prolungata. Ma nei servizi il tempo è sempre scarso, i progetti si interrompono, le emergenze si moltiplicano. Come ricordano Castaldo e Segneri, la domanda che tortura gli antropologi applicati è: come si giustifica il tempo etnografico all'interno di progetti con una committenza? La risposta delle autrici è che la lentezza non è un lusso ma una posta in gioco politica: il valore del processo si fa in sé politico, contrastando il modello economicistico dei servizi orientato solo agli adempimenti e ai risultati.

Un secondo tema è il rischio di fallimento. I progetti nei servizi si interrompono per mille motivi: cambi politici, turn over del personale, emergenze, crisi finanziarie. I risultati del lavoro antropologico sono spesso poco visibili, non facilmente misurabili, non generalizzabili nel senso in cui lo intende la cultura manageriale. Questo genera una sensazione diffusa tra gli antropologi applicati di essere un lusso, un divertissement, qualcosa che non scala. Ma le autrici ribaltano questa lettura: la forza del metodo etnografico sta proprio nel produrre un modello etico-politico di reciprocità e relazione sociale che sfida le gerarchie tra saperi, tra logiche e tra economie.

Le tre fasi del lavoro applicato nei servizi (12' 10'')

Le autrici organizzano la riflessione sulle pratiche di intervento in tre fasi tipiche di un progetto nei servizi.

La prima fase è la negoziazione della domanda, cioè il momento in cui si definisce il contratto con la committenza. Spesso i servizi arrivano all'antropologo con richieste riduttive, basate su un'idea reificata di cultura: vogliono esperti di intercultura, formatori su temi specifici, valutatori di programmi. L'antropologo deve riformulare quella domanda, allargarne il perimetro, trasformare una richiesta circoscritta in un processo più ampio di analisi e intervento. Questo richiede flessibilità ma anche fermezza epistemologica: negoziare significa adattarsi senza tradire i propri riferimenti di metodo.

La seconda fase è la realizzazione dell'intervento. Qui emergono le invenzioni di metodo più interessanti. I focus group diventano etnografici, cioè spazi non solo di raccolta dati ma di co-costruzione di significati. Le supervisioni di équipe, spesso vituperate dagli stessi operatori per la loro inefficacia, vengono trasformate in setting di confronto circolare e simmetrico. I percorsi formativi diventano dialogici e ricorsivi, costruendo sapere a partire dai punti di vista di tutti i partecipanti. Perfino il questionario, strumento chiuso per eccellenza, può essere trasfigurato in un pretesto per il confronto collettivo.

I riferimenti metodologici che accomunano queste pratiche sono tre: la co-progettazione e l'approccio dal basso, orientati alla partecipazione attiva; il setting dialogico e l'approccio olistico, orientati alla gestione della diversità multiprofessionale; l'autoriflessività e il cosiddetto approccio del giro lungo, capace di leggere il sistema e le sue gerarchie dall'interno, offrendo agli operatori strumenti per situare il proprio ruolo e le proprie difficoltà.

La terza fase è la percezione dell'impatto, cioè la valutazione di quello che è cambiato. Questa è la fase più problematica. La valutazione, come postura giudicante, rischia di danneggiare il rapporto di fiducia costruito sul campo. Ma soprattutto, gli effetti del lavoro antropologico sono spesso imprevedibili, a lungo termine, poco verificabili. L'interrogativo che le autrici raccolgono dai saggi del volume non è tanto cosa ho cambiato, ma cosa lascio. Questa domanda convoca una dimensione affettiva dell'intervento: sul campo si costruiscono legami, si generano trasformazioni nei modi di pensare, si innescano processi che continuano anche dopo la fine del progetto.

Il fulcro dell'applicazione: mediazione e allargamento (14' 50'')

Le autrici identificano due fulcri principali dell'intervento antropologico applicato.

Il primo è il lavoro di mediazione. Non inteso come semplice fare ponte tra servizi e utenti, ma come lavoro costante di intermediazione e integrazione che attraversa le organizzazioni verticalmente e orizzontalmente, tra professionisti, tra gerarchie, tra servizi diversi. Elena Forgione, in uno dei saggi del volume, descrive come in un servizio di valutazione integrata per richiedenti asilo la competenza antropologica assuma un ruolo di mediazione tra i molteplici intrecci della storia personale dell'utente e le categorie burocratico-giuridiche del sistema di asilo.

Il secondo fulcro è la capacità di allargamento: trasformare una singola esperienza progettuale in un processo che si allarga progressivamente, connette settori diversi, include nuovi attori, sconfina verso la comunità. Roberta Zanini, lavorando con futuri infermieri nella Valchiusella, mostra come un tirocinio possa diventare un processo di co-progettazione che coinvolge amministrazioni locali, associazioni, istituzioni scolastiche, sviluppando azioni di comunità.

Il disegno del volume e i contributi principali

Il volume è strutturato in tre sezioni tematiche.

La prima sezione si intitola Affiancare i servizi: mediazioni, cuciture e strumenti per il cambiamento. Amalia Campagna studia le REMS, le Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza, mostrando come una ricerca applicata richieda di portare attenzione etnografica sia alle modalità organizzative che all'esperienza concreta di pazienti e operatori. Michela Marchetti si interroga sulla funzione pubblica dell'antropologia in contesti sanitari, muovendosi nell'area dell'educazione alla salute. Silvia Stefani analizza un centro residenziale e trasforma una richiesta di valutazione in una metodologia di lavoro dialogica. Lucia Portis lavora sulla necessità di spazi di decompressione nelle équipe multiprofessionali, promuovendo strumenti di auto-osservazione e pensiero critico.

La seconda sezione si intitola Co-progettare: sperimentazioni, reti e connessioni interdisciplinari. Roberta Zanini sperimenta forme innovative di avvicinamento di futuri infermieri al pensiero antropologico nella Valchiusella. Elena Forgione lavora in un servizio di valutazione integrata per richiedenti asilo alla Commissione Territoriale, adottando una prospettiva transfemminista queer decoloniale per analizzare le categorie razziali, sessuali e di classe che definiscono l'accesso al permesso di soggiorno. Elisa Rondini costruisce una piattaforma digitale per rafforzare le interconnessioni tra diverse organizzazioni sociosanitarie per persone con disagio psichico. Gloria Frisone conduce una ricerca partecipata a Parigi con migranti anziani, enti locali e servizi sanitari, mostrando come la salute non sia sempre prioritaria rispetto ad altre forme di precarietà per i migranti anziani.

La terza sezione si intitola Incidere sulle politiche: scarti, posture e riformulazioni critiche. Chiara Pilotto analizza il sistema di asilo italiano mostrando come l'accoglienza rischi di diventare un servizio dedicato esclusivamente alla popolazione rifugiata, innescando meccanismi di razzializzazione e segregazione dei servizi. Manuela Vinai, attraverso la sua lunga traiettoria di operatrice, consulente e ricercatrice, costruisce uno sguardo multifocale e multiscalare sulle politiche di intervento statale, usando la metafora dello zoom fotografico per descrivere la capacità di muoversi tra micro-operatività e macro-analisi. Alessia Fiorillo lavora nei servizi sociosanitari sul rapporto tra digitalizzazione dei processi terapeutici e memoria soggettiva delle persone prese in carico, mostrando come l'approccio etnografico possa ispirare strumenti per ricucire biografie istituzionali frammentate. Ivan Severi riflette in modo auto-etnografico sulla propria traiettoria professionale, evidenziando gli scarti tra formazione universitaria e pratica nei servizi, e suggerendo che la cifra distintiva dell'antropologo applicato stia nella capacità di attraversare questi confini in modo situazionale e plurale.

Il messaggio conclusivo

Le autrici concludono con un'idea centrale: fare antropologia nei servizi non significa applicare teorie dall'esterno, ma lasciare che i contesti trasformino anche chi li osserva. L'habitus etnografico, cioè la capacità di ascoltare profondamente, di prendere sul serio il punto di vista degli altri, di connettere il piccolo dettaglio quotidiano con le grandi strutture sociali e politiche, è la risorsa fondamentale che l'antropologo porta nel lavoro applicato.

Questo volume vuole contribuire a legittimare l'antropologia come disciplina dell'esperienza, capace di adattarsi ai luoghi in cui lavora e di contribuire al loro progressivo cambiamento. Non si tratta di vincere battaglie contro il sistema, ma di spostare di poco le asimmetrie, allargare le maglie delle organizzazioni, costruire spazi di reciprocità e riflessività che, lentamente e con pazienza, cambiano il modo in cui le persone pensano e agiscono nei servizi.

CAPITOLO 2 – Amalia Campagna

"Storia di un'esperienza straordinaria. Luci e ombre della REMS Villa Fiorita": costruire un progetto di ricerca all'interno di una misura di sicurezza detentiva

Campagna racconta come ha costruito e negoziato un progetto di ricerca all'interno della REMS Villa Fiorita — struttura detentiva e sanitaria del nord Italia — durante l'emergenza Covid-19, lavorando con l'équipe curante del Dipartimento di Salute Mentale dell'ASL. L'esperienza mostra come il tempo etnografico non sia un lusso ma una condizione epistemologica da difendere anche in contesti istituzionali rigidi, e come il mancato riconoscimento del ruolo antropologico possa paradossalmente aprire spazi di osservazione altrimenti preclusi.

Le REMS (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza) sono strutture di recente istituzione, nate dal processo di superamento degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari). Ospitano persone autrici di reato giudicate incapaci di intendere e di volere e socialmente pericolose. Sono interamente amministrate da personale sociosanitario, ma sono al contempo misure di sicurezza detentive: questa è la loro contraddizione strutturale fondamentale. Da un lato sono luoghi di terapia, riabilitazione e cura della salute mentale; dall'altro implicano la limitazione della libertà personale di chi vi è internato. Il nodo cura/controllo attraversa ogni pratica quotidiana.

Il progetto di Campagna prende avvio su richiesta del Dipartimento di Salute Mentale dell'Azienda Sanitaria Locale (ASL), con l'accordo della Direzione della REMS Villa Fiorita, struttura situata ai margini di una città del nord Italia, inaugurata nel 2015. Nel 2020 le REMS attive sul territorio nazionale erano trenta. La ricerca inizia nell'ottobre 2020 e si conclude nella primavera del 2021, in piena emergenza pandemica da Covid-19. Sebbene la cornice iniziale del progetto provenisse dal Dipartimento esterno, la domanda di ricerca vera e propria viene costruita dopo l'ingresso nel campo, in seguito alle prime settimane di osservazione — un dato metodologico fondamentale, che evidenzia come il metodo etnografico richieda flessibilità e apertura all'imprevisto anche in contesti applicativi con committenza.

Le metodologie utilizzate sono: interviste semi-strutturate, interviste in profondità, questionari e osservazione partecipante. I risultati vengono restituiti a operatori e pazienti al termine della ricerca e formalizzati in un report consegnato al Dipartimento nell'estate del 2021. Campagna modifica anche il format della restituzione in itinere: il questionario, pensato inizialmente come strumento di raccolta dati, diventa un'occasione di confronto collettivo e co-costruzione, trasformandosi in un dispositivo dialogico.

Il tema antropologicamente più rilevante del contributo è quello del tempo etnografico: in un contesto dominato dall'urgenza e dalla gestione dell'emergenza pandemica, la lentezza della presenza etnografica non è solo un problema logistico ma una posta in gioco epistemologica. Come ricordano Castaldo e Segneri (2022, ripresi anche da Campagna): "come quantificare (o giustificare) il tempo etnografico all'interno di progetti che prevedono committenza?" Campagna mostra che il tempo etnografico deve essere negoziato continuamente con i responsabili della struttura, non come concessione, ma come condizione della qualità della conoscenza prodotta.

L'ambiente della REMS è marcatamente gerarchico. In esso, il mancato riconoscimento della specificità professionale dell'antropologa si trasforma paradossalmente in una risorsa: apre "spazi di azione possibili" (Spada 2017) che Campagna sfrutta per situarsi in modo contestuale. La sua postura di "essere realmente presente" (Good 2012) a ciò che gli interlocutori esprimono le permette di costruire relazioni di fiducia che non sarebbero state possibili con un ruolo più definito e normato.

Ciò che emerge dalla ricerca è un senso generale di stress e fatica dell'équipe curante, le cui origini vengono fatte risalire dagli stessi operatori non alla sola emergenza pandemica, ma a dinamiche interpersonali difficili presenti dalla stessa apertura della struttura nel 2015. In un'intervista con il primario emerge chiaramente il problema strutturale: mancano tre unità di personale, i turni sono più pesanti, la copertura in caso di malattia è ridotta, e questo "dilata lo stress" in modo proporzionale alla riduzione dell'organico. In questo contesto, la ricerca illumina la contesa simbolica e operativa sull'idea di cura: diversi membri dell'équipe hanno visioni differenti su come debba essere gestito il rapporto terapeutico con i pazienti, e la restituzione dei risultati — avvenuta nel giugno 2021 con dodici operatori presenti e la supervisione di una professoressa universitaria — diventa uno spazio raro di confronto plurale e messa in discussione delle pratiche organizzative e relazionali.

Il contributo mostra anche la difficoltà etica propria della ricerca in contesti detentivi: la questione dell'anonimato è particolarmente delicata, perché in ambienti chiusi e gerarchici la protezione delle persone coinvolte richiede attenzione specifica. Come ricordano Castaldo e Segneri (2022), l'anonimato rende anche più agevole dare conto del processo di lavoro e negoziarne la diffusione. L'esito più prezioso per Campagna rimane la generosità con cui tutte le persone — operatori e pazienti — hanno accettato la sua presenza e partecipato alla ricerca in un momento di grande fatica collettiva.

CAPITOLO 3 – Michela Marchetti

"Tenere le fila. Per una riesamina dell'apporto antropologico alla costruzione di itinerari di Educazione Alla Salute"

Marchetti riflette sulla propria esperienza di antropologa nelle AUSL italiane, nell'ambito dell'educazione alla salute, mostrando come il sapere antropologico possa essere riconosciuto come strumento di mediazione capace di ricucire, dentro le progettualità istituzionali, i bisogni reali degli utenti. Il capitolo mette a tema la fragilità del riconoscimento professionale dell'antropologo nei servizi pubblici e propone l'idea della ricerca come "piattaforma conoscitiva" da cui orientare un'operatività concreta.

Marchetti lavora nel campo dell'educazione alla salute all'interno delle AUSL (Aziende Unità Sanitarie Locali), dove gestisce progettualità strutturate e continuative. Il suo contributo affronta una domanda che percorre tutto il suo lavoro come un'ombra ricorrente: "che ci fa un'antropologa nell'AUSL?" Questa domanda si ripropone a ogni cambio di dirigenza e fotografa con precisione la difficoltà di riconoscimento istituzionale della figura professionale dell'antropologo nei servizi sanitari pubblici italiani. Non si tratta di insicurezza personale: è la struttura del campo che produce questa condizione di precarietà simbolica.

Il concetto centrale è quello di limen professionale — la soglia in cui si trova l'antropologa nei servizi. Una posizione percepita in modi molto diversi dagli interlocutori: a volte come un vezzo, a volte come una necessità conoscitiva, a volte come una scomodità, a volte come qualcosa che perturba perché mette in prospettiva ciò che sembrava ovvio. Questa pluralità di percezioni non è solo un dato di contorno: rivela come il sapere antropologico, proprio in virtù della sua funzione decentrante, possa generare resistenza prima ancora di essere riconosciuto come utile.

Marchetti mostra come il sapere antropologico nei servizi sanitari possa essere riconosciuto come un servizio di mediazione: una competenza capace di ricucire, dentro le prassi istituzionali consolidate e le formalizzazioni progettuali, i bisogni reali degli utenti che spesso ne rimangono nascosti o schiacciati. Propone la metafora della ricerca come piattaforma conoscitiva da cui programmare un'operatività rispondente — un sapere che non resta astratto ma orienta scelte concrete e contestuali. Questa metafora è ripresa nell'introduzione del volume da Tarabusi e Gallotti come uno dei contributi teorici più fecondi dell'intera raccolta: se la ricerca costituisce una "piattaforma conoscitiva" (Marchetti capitolo 3), le negoziazioni scaturite nei percorsi intrapresi dalle antropologhe con i propri interlocutori nutrono e raffinano a loro volta le teorie e le chiavi interpretative dell'analisi. Non c'è separazione tra ricerca e intervento, tra conoscere e agire.

L'intero percorso professionale di Marchetti porta a problematizzare le visioni binarie che assumono ricerca e azione come categorie oppositive. Il modo in cui tiene insieme progettualità strutturate (con scadenze, committenti istituzionali, obiettivi misurabili) e una postura autenticamente etnografica (attenta ai contesti, alla dimensione implicita dei bisogni, alle contraddizioni del sistema) è esemplare di quella che il volume definisce la capacità di "fabbricare imperfette opportunità" (Marchetti 2022) — espressione che Tarabusi e Gallotti scelgono come cifra sintetica dell'intero lavoro applicato.

CAPITOLO 4 – Silvia Stefani

"Valutare con cautela. Praticare l'antropologia nella valutazione dei servizi di welfare"

Stefani trasforma una richiesta di valutazione esterna di due strutture residenziali per persone con disabilità — "Casa Nuvola" — in un processo dialogico e riflessivo condotto insieme agli operatori stessi. Il lavoro porta alla luce la tensione latente tra educatori e OSS all'interno dell'équipe mista, rivelando come la gerarchia implicita tra figure professionali eroda il riconoscimento del lavoro educativo e, di conseguenza, la qualità del servizio.

Stefani lavora in due strutture residenziali per persone con disabilità — identificate con il nome di fantasia "Casa Nuvola" — gestite da una cooperativa sociale, dove riceve una richiesta apparentemente semplice: fare una valutazione del servizio. La richiesta è preconfezionata, ma porta con sé una postura giudicante che rischia di innescare meccanismi difensivi negli operatori, minando le possibilità stesse di miglioramento. La valutazione inizia durante l'emergenza sanitaria da Covid-19, che ne condiziona significativamente tempi e metodologia.

Il contributo si costruisce attorno a una tensione concettuale individuata da Judy Tso (2000): quella tra accountability (il dover rendere conto a un soggetto esterno) e improvement (il miglioramento interno del servizio). Stefani sceglie di lavorare per spostare il processo verso il secondo polo, trasformando la domanda preconfezionata in una metodologia dialogica e riflessiva. Invece di produrre un giudizio esterno, costruisce un processo interno di auto-osservazione con gli operatori — quello che lei definisce cantiere auto-etnografico: un'immersione nelle contraddizioni del servizio che non guarda dall'esterno ma si fa parte del campo, documentandone le tensioni, le alleanze, gli sforzi.

Un nucleo tematico fondamentale è quello della segregazione nella struttura residenziale. Stefani introduce un riferimento teorico preciso: il lavoro di Merlo e Tarantino (2018) sulla segregazione delle persone con disabilità in Italia. Con "istituzionalizzazione" si intende l'internamento in un luogo da cui non si prevede uscita; con "segregazione" la separazione di una persona dal resto della società. Casa Nuvola, pur non essendo un servizio intenzionalmente segregativo, rischia di riprodurre queste logiche: le persone vivono tutta la vita in realtà dedicate esclusivamente a soggetti con disabilità, hanno relazioni quasi unicamente con altri disabili, con professionisti del sociale e con i familiari. Stefani porta l'équipe a riconoscere questo rischio attraverso un'attività di autovalutazione collettiva, in cui è l'équipe stessa — non la ricercatrice — a far emergere le criticità.

Un secondo nucleo è l'analisi dell'équipe mista — sedici persone composta da un'animatrice, una fisioterapista e due grandi gruppi professionali: OSS (Operatori Socio-Sanitari) ed educatori. Il modello organizzativo è "tutti fanno tutto", senza distinzione di compiti per formazione ma solo per orari. Stefani mostra come questa apparente orizzontalità nasconda una gerarchia implicita: il lavoro assistenziale degli OSS è una "teknè", una tecnica del corpo oggettivabile e difendibile; il lavoro educativo è più opaco, meno "oggettivabile", quindi meno difendibile nelle riunioni d'équipe. Il risultato è che gli educatori ottengono minor riconoscimento e minor potere negoziale nel quotidiano.

La scena etnograficamente più potente del contributo è l'attività dei post-it durante il workshop di restituzione: Stefani chiede a ogni operatore di scrivere su post-it di tre colori diversi le competenze degli educatori, quelle degli OSS e quelle condivise. Un OSS inizia dichiarando che tutte le competenze sono condivise; altri seguono. Ma l'antropologa sa, dalle interviste precedenti, che sotto quella rappresentazione corrono ben altre opinioni. Solo quando un educatore rompe il fronte dicendo "penso che come educatori non riusciamo a far sentire la nostra voce" si apre la frattura che permette una discussione onesta. La coordinatrice tenta di ricucire; Stefani interviene per valorizzare il conflitto come elemento generativo, non distruttivo. Alla fine dell'incontro lo stesso OSS che aveva aperto con l'affermazione più conciliante ha cambiato posizione. Il conflitto ha prodotto conoscenza e forse un inizio di cambiamento.

Notevole è la riflessività spuria (valorizzata nell'introduzione del volume) con cui Stefani ammette i propri limiti: non aver approfondito abbastanza l'accesso alle fonti, l'incertezza sulla reale disponibilità della committenza a rispettare i risultati inattesi, la difficoltà di controllare le conseguenze a lungo termine della propria presenza. Questa è una narrativa anti-eroica, che rifiuta la razionalizzazione a posteriori: uno dei contributi metodologicamente più onesti del volume.

CAPITOLO 5 – Lucia Portis

"Le pratiche riflessive: metodi ed esperienze"

A partire da oltre vent'anni di lavoro in formazione e progettazione sociosanitaria, Portis mostra come la riflessività — attraverso supervisioni di équipe ripensate come spazi simmetrici e laboratori di scrittura autobiografica — non sia un ornamento teorico ma uno strumento operativo concreto. Il capitolo argomenta che investire nelle competenze riflessive degli operatori è una risposta strutturale allo stress cronico dei servizi, non un lusso.

Portis porta oltre vent'anni di esperienza in progettazione e formazione in ambito sociosanitario. Il suo contributo parte da una constatazione empirica: i professionisti dei servizi lavorano in condizioni di stress cronico, con risorse sempre più scarse, mandati contraddittori, relazioni di cura emotivamente pesanti. Questo non è un problema individuale ma strutturale: investire nelle competenze riflessive degli operatori non è un lusso ma un guadagno per l'intero sistema, e un risparmio di risorse rispetto ai costi di un sistema che, senza questo investimento, produce interventi frammentati, rimpalli di responsabilità e ripetuti fallimenti.

Il riferimento teorico principale è Donald Schön (2010), che nei percorsi di formazione professionale invita a ricercare "un'epistemologia della pratica implicita nei processi artistici e intuitivi che alcuni operatori adottano in situazioni di incertezza, instabilità, unicità e conflitto di interessi". L'agire riflessivo, per Portis, è lo strumento principale per affinare il sapere dell'esperienza, far emergere significati e interpretazioni legate al contesto di lavoro, ripensare i presupposti impliciti e le micro-teorie situate che vengono agite restando spesso opache.

Lo strumento più citato e dibattuto è la supervisione di équipe, tradizionalmente vituperata dagli stessi operatori per la sua inefficacia e l'appesantimento psicologico connesso a una condivisione di gruppo non generativa. Portis ne propone un ripensamento radicale: trasformarla nello spazio elettivo per costruire un setting di confronto circolare e simmetrico, sia per gruppi reali nei servizi, sia per gruppi multiprofessionali in percorsi specifici, sia per incontri con pazienti e utenti. Nelle supervisioni continuative si può introdurre la scrittura etnografica a scopo autoriflessivo: invitare i partecipanti a tenere un diario di osservazione delle proprie pratiche quotidiane secondo una griglia concordata, a condividerlo nel gruppo, e poi riflettere collettivamente su quanto emerso.

Un secondo strumento è il laboratorio di scrittura autobiografica, che Portis propone da più di vent'anni in contesti sanitari, educativi e sociali. Il percorso si struttura in tre momenti: la sperimentazione della scrittura di sé, la formazione metodologica, la progettazione di percorsi narrativi nel contesto di lavoro. La scrittura in gruppo costruisce micro-teorie contestualizzate: i testi letti collettivamente sono "gettati nel mondo", permettono alla storia individuale di entrare nella storia del gruppo mantenendo però la propria singolarità vivida. Si crea uno spazio narrativo in cui la condivisione avviene "senza la paura del giudizio altrui" (Portis 2009; Portis, Greco 2015).

Tra i progetti concreti che cita: il progetto europeo Writing beyond the silence per l'introduzione della scrittura autobiografica nei percorsi di sostegno alle donne con esperienze di violenza domestica; i progetti di scrittura nei reparti di dialisi dell'ospedale Giovanni Bosco di Torino e del Policlinico Tor Vergata di Roma. Un medico che partecipa a un incontro di scrittura racconta di aver fatto una diagnosi sbagliata per fretta. Il gruppo risponde all'unisono: "manca il tempo, siamo soffocati dalla burocrazia, non possiamo occuparci dei pazienti come vorremmo". Il laboratorio diventa uno spazio di decompressione dove ritrovare il senso del proprio lavoro — e un luogo da cui, talvolta, nascono trasformazioni concrete delle pratiche quotidiane.

Antropologicamente, il contributo di Portis mostra come la riflessività non sia solo un valore disciplinare, ma uno strumento operativo che può essere trasferito agli operatori attraverso metodologie strutturate. L'habitus etnografico — la capacità di osservare, descrivere, interpretare — diventa materia di formazione, non solo di ricerca.

CAPITOLO 6 – Roberta Zanini

"L'anticamera dei servizi sanitari. Antropologia applicata e tirocini per infermieri nella Valchiusella" (titolo ricostruito)

Zanini racconta come un tirocinio accademico per futuri infermieri nella Valchiusella — un'area interna e marginale del Piemonte — si sia trasformato progressivamente in un laboratorio di co-progettazione partecipata che ha coinvolto amministrazioni comunali, associazioni e il gruppo di ricerca-azione "Montagne in Movimento". L'esperienza mostra il potenziale maieutico dell'antropologia applicata nel formare professionisti sanitari capaci di uno sguardo sulla comunità, sollevando però anche il rischio che l'antropologa perda la propria specificità disciplinare diventando semplice facilitatrice.

Zanini lavora nella Valchiusella, una valle del Piemonte classificata come Area Interna e marginale — categoria che designa i territori montani e prealpini lontani dai centri erogatori dei servizi essenziali. Il progetto nasce dall'intersezione di due macro-tematiche: il ruolo dell'antropologia nei servizi sociosanitari e la riflessione sul cambiamento socio-demografico delle aree interne. Una postura etnografica è fondamentale per comprendere le dinamiche di contesti montani complessi (Zanini, Viazzo 2020), e l'emergenza pandemica ha ulteriormente portato alla luce le criticità che questi territori presentano sul piano dei servizi.

Il punto di partenza è un tirocinio accademico per futuri infermieri professionisti, che Zanini trasforma in un laboratorio formativo permanente. L'ispirazione teorica è l'approccio di Cornwall (2018) sull'avvicinare professionisti a modi di pensare, vedere e agire antropologicamente — non come trasmissione di un sapere esperto, ma come processo maieutico. Agli studenti viene chiesto di mettere alla prova i propri strumenti professionali in un contesto completamente diverso da quello consueto degli ospedali: senza il camice, senza i protocolli abituali, a contatto diretto con la comunità locale. Una studentessa racconta: "Non abbiamo il camice, non hai gli strumenti da tenere in mano, devi proprio essere sicuro tu, perché ci sei solo tu mentre parli con le persone." Tempi e spazi insoliti per un sanitario in formazione, che ne allenano però lo sguardo a una postura antropologica.

Il progetto subisce nel tempo un'importante accelerazione: nell'autunno del 2019 il tavolo della co-progettazione si allarga, accogliendo il gruppo di ricerca-azione "Montagne in Movimento", a prevalente componente antropologica, che promuove attività di ricerca e sviluppo di processi partecipativi in aree montane. Dopo l'interruzione dovuta al Covid-19, il progetto si riconfigura profondamente: da micro-laboratorio ospitato in una singola comunità si trasforma in un tavolo di progettazione locale partecipata che coinvolge l'intero territorio della Valchiusella come setting di un laboratorio formativo permanente, aperto non solo agli studenti di Infermieristica ma anche ad altri percorsi di studi. Le amministrazioni comunali della valle mettono a bilancio un contributo economico per sostenere i costi abitativi degli studenti e mettono a disposizione strutture residenziali dove i tirocinanti possono essere ospitati. Si coinvolgono così associazioni, istituzioni scolastiche e enti sanitari locali in un processo di sviluppo di comunità.

La chiave di volta del progetto è stratificare nei professionisti sanitari, abituati ad attività meramente prestazionali, una postura proattiva verso le dinamiche locali e verso la rete interprofessionale — ciò che Zanini chiama avvio di un lavoro di comunità. La dimensione maieutica dell'antropologia applicata emerge come capacità di facilitare e sollecitare processi di attivazione comunitaria, non come expertise calata dall'alto.

Una tensione aperta rimane nel contributo: quando l'antropologa diventa facilitatrice, educatrice, mediatrice di comunità, rischia la dispensabilità della sua competenza disciplinare specifica? Può perdere la propria specificità nel processo stesso di applicazione? Zanini non risponde in modo definitivo, ma il solo fatto di porre la domanda rivela la tensione costitutiva del lavoro applicato tra chi entra nella "zona di sviluppo prossimale" del servizio e rischia di non essere più riconoscibile come antropologa.

CAPITOLO 7 – Elena Forgione

"L'antropologa nel setting etnoclinico. Riflessioni sulla presa in carico multidisciplinare di richiedenti asilo vittime di tortura"

Forgione descrive il proprio lavoro come antropologa presso l'Associazione Crossing Dialogues di Roma, all'interno di un servizio di valutazione integrata per richiedenti asilo vittime di tortura, in collaborazione con psicologhe, mediatori culturali e uno psichiatra. Adottando una prospettiva transfemminista queer decoloniale, mostra come il setting etnoclinico possa diventare una zona di resistenza capace di restituire agency ai richiedenti, pur navigando le logiche burocratiche e spersonalizzanti del sistema di asilo italiano.

Forgione lavora come antropologa presso l'Associazione Crossing Dialogues (Roma), un ente di promozione sociale che offre un servizio gratuito di assistenza psicoantropologica a richiedenti asilo e diniegati maggiorenni vittime di torture e violenze intenzionali. L'attività si svolge nell'ambito del progetto "Implementation in a Public Mental Health Service of the Italian Guidelines for refugees and asylum seekers victims of torture and other forms of international violence", iniziata alla fine del 2019. L'équipe multidisciplinare è composta dall'antropologa, due psicologhe psicoterapeute, mediatori/trici culturali e uno psichiatra con funzione di supervisione clinica.

Il servizio prevede tre percorsi di assistenza: la valutazione integrata del bisogno (psicologica e etnografica) ai fini della Commissione Territoriale (CT); il supporto psicologico sui traumi vissuti (approccio cognitivo-comportamentale); la valutazione neuro-cognitiva. Forgione lavora principalmente sul primo: la valutazione integrata si struttura in quattro incontri, che vanno dalla presentazione del servizio, alla raccolta della storia, alla valutazione psico-diagnostica, fino alla restituzione di tre possibili relazioni (psicologica, antropologica o psico-antropologica congiunta), la cui scelta dipende da ciò che meglio può supportare l'analisi della Commissione Territoriale.

La prospettiva teorica adottata è transfemminista queer decoloniale, che richiama Abu-Lughod (1990), Adjei-Pong (2017), Vergès (2020), Crenshaw (1991) sull'intersezionalità, Stryker (2006) sulla teoria trans, e si ispira all'etnopsichiatria critica del Centro Frantz Fanon di Torino (Taliani, Vacchiano 2006). Forgione adotta anche un approccio antropologico militante (Boni, Koensler, Rossi 2020). Questa prospettiva le serve su più piani: analizzare come il potere razzista e cis-eteronormativo modelli le decisioni di eleggibilità alla protezione internazionale; costruire setting di incontro non omologanti con i richiedenti; riflettere sul proprio posizionamento come donna lesbica in un ambiente segnato dalla cis-eteronormatività.

Un aspetto di grande originalità è il modo in cui Forgione gestisce il proprio posizionamento queer nel servizio. Molti dei richiedenti incontrati provengono da contesti culturali e religiosi con narrazioni binarie eteronormate. Forgione non svela necessariamente la propria soggettività, ma la mantiene come lente interpretativa: nelle interviste, ad esempio, chiede se la persona abbia una relazione senza specificare il tipo di legame o il genere del partner; indaga gli eventi tenendo conto della costruzione della sessualità come mutevole nel tempo rispetto alle norme sociali. Questa pratica corrisponde a ciò che Jackman (2016) chiama la gestione dinamica della propria identità di operatrice e persona queer.

Il contributo riflette anche sul peso emotivo del lavoro: ascoltare di violenza intenzionale, torture, stupri, naufragi, imprigionamenti ha un impatto fortissimo su chi è chiamato a rispondere ai bisogni dell'utente. Forgione rileva che durante la formazione universitaria non le era mai stata proposta una riflessione collettiva sulle emozioni provate sul campo. La supervisione clinica dello psichiatra diventa uno spazio cruciale di elaborazione collettiva delle sensazioni, che secondo un approccio transfemminista queer può contrastare la sopraffazione emotiva (Bellucci 2022). Questo è anche un modo per intendere la cura come processo collettivo (The Care Collective 2021): l'équipe si prende cura di sé per potersi prendere cura degli utenti.

L'elemento più direttamente antropologico del contributo riguarda il ruolo della competenza etnografica nella valutazione: l'antropologa assume un ruolo di mediazione tra la storia personale dell'utente e le categorie burocratiche della CT, producendo quello che Vacchiano (2005) chiama "una storia traumatica giustificata". Il rischio è sempre che il sapere antropologico venga strumentalizzato dal sistema di asilo; la risposta di Forgione è che il setting di valutazione integrata si colloca in quelle "zone di resistenza dal basso, linee strategiche e tattiche" (Altin e Sanò 2017) che riescono a raggirare il sistema, restituendo riconoscimento all'agency del richiedente. I lavoratori dell'accoglienza, nel suo sguardo, sono cerniere tra la relazione personale e la rete istituzionale — vettori di informazioni tra il micro delle relazioni quotidiane e il macro delle politiche.

CAPITOLO 8 – Elisa Rondini

"Interazioni tra quotidiano e digitale: viaggio etnografico nella rete della salute mentale di comunità"

Rondini racconta come un'etnografia condotta nei servizi sociosanitari per persone con disagio psichico a Perugia, in collaborazione con la cooperazione sociale, abbia portato alla costruzione della piattaforma digitale RESAM. Lo strumento non è pensato come semplice canale comunicativo, ma come spazio sociale in cui organizzazioni che normalmente si ignorano sono chiamate a negoziare rappresentazioni condivise del proprio oggetto di lavoro e a costruire nuove connessioni territoriali.

Rondini conduce una ricerca etnografica nei servizi sociosanitari della città di Perugia e del suo territorio, rivolti a persone con disagio psichico, in collaborazione con un soggetto della cooperazione sociale. L'obiettivo formale è la realizzazione di uno strumento digitale — la piattaforma RESAM — finalizzato allo sviluppo e al rafforzamento delle interconnessioni tra risorse comunitarie nel campo della salute mentale.

Il punto di partenza della ricerca è una constatazione empirica: i servizi per la salute mentale sono spesso frammentati, scarsamente comunicanti, incapaci di costruire reti territoriali efficaci. Diverse organizzazioni sociosanitarie si ignorano o si sovrappongono senza coordinarsi. La proposta non è semplicemente costruire un canale di comunicazione tra di esse, ma qualcosa di più complesso: creare uno spazio sociale in cui diversi attori della psichiatria territoriale siano chiamati ad attivare nuove cornici di senso e a negoziare rappresentazioni condivise dell'oggetto di lavoro.

L'approccio è etnografico e processuale: Rondini non arriva sul campo con un sistema già progettato, ma usa l'osservazione partecipante per individuare e descrivere, in modo sensibile ai contesti, la presenza e la valorizzazione di risorse di rete che intervengono positivamente nell'innovazione progettuale. La piattaforma digitale emerge così come un dispositivo che combina digitale e quotidiano, costruito per far emergere interconnessioni tra soggettività diverse e favorire un confronto allargato alla collettività. La produzione di significati non è centralizzata ma diffusa "nello spazio dei flussi", per usare un'espressione mutuata dalla sociologia urbana: rompe i confini tra organizzazioni, permette attraversamenti continui, incontri tra soggettività diverse.

L'incipit del capitolo cita Umberto Eco (Il pendolo di Foucault, 1988): "a voler trovare connessioni se ne trovano sempre, dappertutto e tra tutto, il mondo esplode in una rete, in un vortice di parentele e tutto rimanda a tutto." L'epigrafe non è decorativa: il lavoro di Rondini è esattamente un'esplorazione metodologica di come la pratica antropologica possa far emergere connessioni latenti tra organizzazioni che si percepiscono come separate.

Antropologicamente, il contributo mostra come l'approccio multidisciplinare possa esplicitarsi nella capacità di intersecare strumenti e piani di lettura differenti dei bisogni degli utenti, costruendo un racconto che sfugge alle classificazioni ufficiali dei sistemi di valutazione standard. La RESAM non è uno strumento neutro: è un dispositivo epistemologico che ridefinisce le relazioni tra i soggetti che la abitano.

CAPITOLO 9 – Gloria Frisone

"Co-progettare nella sanità pubblica: servizi di cura con malati di Alzheimer e politiche sanitarie per migranti anziani"

Frisone presenta due interventi: una consulenza con l'Associazione Alzheimer Borgomanero (Novara) — basata sull'Alzheimer Café e il progetto LABo — in cui focus group riflessivi hanno facilitato la comprensione reciproca tra malati e caregiver; e una ricerca-azione partecipata con migranti anziani over 55 in cinque comuni della Seine-Saint-Denis (Parigi), che ha mostrato come la salute non sia sempre la priorità percepita dagli utenti, mettendo in crisi le politiche sanitarie preconfezionate costruite attorno a quell'assunzione.

Il riferimento teorico di apertura è Olivier de Sardan (2008), che sostiene la possibilità per la ricerca socio-antropologica di "recare un contributo all'azione" a patto di mantenere la qualità delle procedure di conoscenza. Frisone riprende anche Kedia e Van Willigen (2005) sull'auto-riflessività antropologica, e Marcus e Holmes (2021) sul "de-tronizzare" gli antropologi dal processo conoscitivo, prendendo sul serio le intuizioni analitiche dei propri interlocutori come "partner epistemici".

Intervento 1 – Alzheimer Café e LABo, Borgomanero (Piemonte). Frisone collabora con l'Associazione Alzheimer Borgomanero, piccolo comune della provincia di Novara, un'organizzazione di volontariato nata su iniziativa di caregiver, volontari e figure professionali. L'associazione gestisce due progetti: l'Alzheimer Café (nato nel 2016, ispirato al modello dello psicologo olandese Bére Miesen, ideato nel 1997) e il progetto LABo. L'Alzheimer Café promuove il confronto tra famiglie, malati ed esperti, mettendo al centro il binomio paziente-caregiver e facendo emergere i punti di vista e le esperienze di malattia grazie a uno scambio dialogico aperto e bidirezionale. Ispirandosi all'etnografia per ideare strumenti e setting elaborativi come i focus group riflessivi, Frisone facilita la reciproca comprensione delle esperienze personali e relazionali tra pazienti e caregiver: un'etica della cura più inclusiva, relazionale e intenzionale.

Intervento 2 – Ricerca-azione partecipata nella banlieue parigina. Frisone lavora con migranti anziani over 55 residenti in cinque comuni della Seine-Saint-Denis (banlieue parigina), coinvolgendo enti locali, associazioni e servizi sanitari locali. Si tratta di una ricerca-azione partecipata applicata alle politiche di welfare, con l'obiettivo di avanzare proposte di intervento da implementare nelle politiche pubbliche locali.

La scoperta etnograficamente fondamentale è che per questi migranti anziani la salute non appare sempre come priorità rispetto ad altre forme di precarietà materiali, abitative e sociali — che abitualmente sfuggono allo sguardo dei servizi sanitari e delle associazioni locali. Questo mette in crisi le politiche nazionali francesi di sanità pubblica e le iniziative associative, costruite attorno all'idea che promuovere la salute e l'invecchiamento positivo dei migranti sia la priorità assoluta. Il punto di vista emico degli utenti capovolta la gerarchia delle priorità che i professionisti davano per scontata.

Frisone sottolinea che la fragilità degli immigrati anziani è diventata nel contesto francese una sfida collettiva che coinvolge diversi attori politici. Ma l'esperienza migratoria rende complesse le procedure di accesso ai dispositivi di prevenzione, e le storie di vita di queste persone non si lasciano catturare dai criteri diagnostici e categoriali dei servizi. Il materiale etnografico porta a tracciare strade non scontate per colmare la discrepanza tra i punti di vista degli attori istituzionali, professionali e associativi da un lato, e le rappresentazioni e i bisogni degli immigrati dall'altro. Frisone riconosce però un limite: l'interruzione del progetto prima di una sua implementazione strutturale nelle politiche pubbliche locali, che avrebbe richiesto almeno un anno in più.

CAPITOLO 10 – Chiara Pilotto

"Che genere di accoglienza? Politiche della cura e lavoro dell'accoglienza in Italia"

A partire dalla propria esperienza come referente in progetti SAI del privato sociale, Pilotto analizza il meccanismo attraverso cui il sistema di accoglienza italiano rischia di diventare uno spazio razzializzato e separato dal resto dei servizi territoriali, con ricadute particolarmente pesanti sulle donne e sui nuclei familiari. Il capitolo mostra come il lavoro quotidiano degli operatori dell'accoglienza — fatto di mediazioni, coordinamenti e aggiramento delle rigidità burocratiche — costituisca un vero e proprio lavoro politico nelle fessure del sistema.

Pilotto analizza il sistema di asilo italiano dal proprio posizionamento come referente distrettuale per diversi centri di accoglienza all'interno di un'associazione del privato sociale, con esperienza in strutture sia maschili che femminili nell'ambito dei progetti SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione). Il contributo nasce da una domanda scomoda emersa durante un tavolo di coordinamento SAI: "Perché ci piace di più lavorare con gli uomini che con le donne?" Una constatazione condivisa tra colleghe che genera imbarazzo proprio perché smaschera un'asimmetria strutturale del sistema.

Il metodo adottato è lo studying-across — l'esplorazione etnografica delle pratiche e dei significati che interconnettono attori, discorsi e contesti — come alternativa alla sola analisi critica dei dispositivi istituzionali dall'alto (studying-up). Questo permette di cogliere le dinamiche di continuità e rottura che il lavoro di accoglienza intrattiene con la rete dei servizi territoriali all'interno di un'arena politica asimmetrica.

Il meccanismo centrale denunciato è la razzializzazione e segregazione dei servizi: la rete istituzionale dei servizi, definendosi principalmente attraverso il discorso sulla "scarsità" di risorse, tende a delegare al sistema di accoglienza la cura della popolazione rifugiata, innescando la costruzione di spazi di tutela differenziati in base allo status giuridico dei residenti. I comuni delegano ai fondi di accoglienza benefici e diritti a cui i rifugiati avrebbero accesso come residenti qualunque; gli enti gestori assecondano questa richiesta per evitare conflittualità istituzionali. Il risultato è un circolo vizioso: l'accoglienza si auto-percepisce come settore autonomo e autosufficiente, invece di contrastare questa specializzazione differenziata.

Il contributo analizza in particolare l'accoglienza delle donne e dei nuclei familiari. Il PPAI (Piano Personale di Accoglienza Integrata) prevede la compilazione degli obiettivi "di famiglia", ma il percorso di integrazione (corsi di italiano, ricerca del lavoro, ottenimento di casa) grava in modo sproporzionato sulle donne madri. La distinzione introdotta dai Decreti Minniti (2017) e Salvini (2018) tra richiedenti asilo e titolari di protezione impedisce l'allocazione delle risorse per servizi di integrazione — compreso l'iscrizione agli asili nido — per i richiedenti asilo, aumentando ulteriormente il carico sulle madri.

Pilotto richiama il dibattito teorico sulle "politiche della cura" (Casalini, Re 2021; Ticktin 2018; Tronto 1993; Woodly et al. 2021), emerso in contrapposizione all'"incuria sovrana" (The Care Collective 2021): il processo socio-politico in cui il senso di appartenenza si costruisce su forme di esclusione etnico-razziale, portando gli Stati a investire sugli apparati di sorveglianza piuttosto che sui servizi sociali. Richiama anche Fassin (2009, 2019) sulle "politiche della vita" come opposizione alla disuguaglianza sociale.

I lavoratori dell'accoglienza emergono nel contributo come figure politicamente decisive: cerniere tra la relazione personale di aiuto e la rete istituzionale, vettori di informazioni tra il livello micro delle relazioni quotidiane e il livello macro delle politiche. Le discussioni agli sportelli, la collaborazione cercata con i medici, il coordinamento nei passaggi legali per garantire ai richiedenti asilo un'assistenza adeguata: tutto questo è un lavoro politico che si svolge nelle pieghe del sistema, insinuandosi nelle sue fessure per contrastarne le logiche di razzializzazione. E questo nonostante — o forse proprio per — la condizione di chi lavora "dentro" un sistema di cui conosce i "meandri più sordidi" (Altin et al. 2017; Riccio, Tarabusi 2018; Vianelli 2014).

CAPITOLO 11 – Manuela Vinai

"Dentro, vicino, lontano: posture possibili di un'antropologia del welfare"

Vinai propone di leggere il proprio lungo percorso come operatrice, consulente e ricercatrice nei servizi sociali come un esercizio continuato di sguardo multiscalare: la capacità di passare dalla prospettiva telescopica delle grandi strutture di welfare a quella ravvicinata delle pratiche quotidiane, e viceversa. Ispirandosi a Fassin, mostra come l'antropologia applicata possa costruire empiricamente una teoria dello Stato a partire dal basso, dal lavoro minuto dei servizi.

Vinai porta nel volume una lunga traiettoria professionale come operatrice, consulente e ricercatrice nei servizi sociali. Il suo contributo propone di intendere l'antropologia applicata come un'opportunità di riscalare l'azione dei servizi: costruire empiricamente una teoria dello Stato non astratta ma fondata sull'osservazione concreta delle pratiche minute del lavoro quotidiano. L'ispirazione è Fassin, che invita esattamente a questo tipo di operazione.

La metafora principale è quella dello zoom fotografico: l'antropologa applicata funziona come uno strumento ottico che modifica continuamente la propria lunghezza focale, passando da una prospettiva quasi telescopica — capace di cogliere le grandi strutture del welfare, le politiche nazionali, i meccanismi del sistema — a una quasi satellitare — capace di vedere i dettagli del quotidiano, le pratiche minute, le decisioni dei singoli operatori. Questo esercizio di andata e ritorno continuo dal piano micro-operativo a quello macro-interpretativo è reso possibile dalle molteplici posture che Vinai ha assunto nel tempo: vicina e lontana, interna ed esterna ai servizi.

Il contributo ha un valore metodologico importante perché mostra come la professionalizzazione dell'antropologo nei servizi sociali non richieda solo competenze disciplinari, ma la capacità di costruire ed abitare posizioni diverse nel campo. Chi lavora solo dentro non riesce a vedere la struttura; chi lavora solo fuori non riesce a vedere le dinamiche quotidiane. Lo sguardo multifocale si costruisce nel tempo, attraverso la sedimentazione di esperienze diverse.

Il tema conclusivo del contributo — quello delle biografie istituzionali e della memoria nella digitalizzazione crescente dei servizi — collega direttamente il lavoro di Vinai al capitolo di Fiorillo. È significativo che i curatori li abbiano collocati in sequenza: insieme costruiscono una riflessione più ampia sui rischi della standardizzazione digitale delle pratiche di cura.

CAPITOLO 12 – Alessia Fiorillo

"Memorie istituzionali e memorie vissute: frammenti di una relazione complessa"

Attraverso quattro ricerche condotte in contesti diversi — affido extrafamiliare, psichiatria di territorio, agricoltura sociale e uso degli psicofarmaci — Fiorillo mette a fuoco la contraddizione crescente tra la biografia istituzionale delle persone prese in carico (fissata in database e indicatori numerici) e la loro memoria soggettiva vissuta. Il capitolo argomenta che l'approccio etnografico, facendo perno sul lavoro di relazione e sulla narrazione, può riempire questi vuoti e restituire alle persone la coerenza della propria storia.

Fiorillo costruisce il proprio contributo a partire da quattro ricerche etnografiche e un'indagine qualitativa condotte in anni diversi: una sull'affido extrafamiliare temporaneo (commissionata da una cooperativa sociale, con osservazione in comunità per minori e interviste alle figure della rete di presa in carico, Fiorillo 2018); una sulla psichiatria di territorio (pratiche del lavoro sociale in cooperative e associazioni, Fiorillo 2019); una interdisciplinare sull'agricoltura sociale condotta con tre unità di ricerca (antropologia, economia agraria, psicologia), il progetto "Agrisocial Network" (Fiorillo 2023); una quarta sull'uso degli psicofarmaci nella quotidianità tramite interviste a medici di medicina generale, farmacisti e focus group con rappresentanti di un SERT (oggi SERD), un CSM e l'Unità di Strada sulla riduzione del danno (Santambrogio 2016).

Il tema trasversale a tutte queste ricerche è il vuoto di memoria e la contraddizione tra biografie istituzionali e memorie vissute. L'obbligo di accreditamento delle strutture sociosanitarie ha prodotto un processo di traduzione delle esperienze individuali in indicatori numerici, che investe non solo le diagnosi medico-psichiatriche ma anche l'osservazione degli aspetti relazionali e performativi della vita delle persone. I sistemi di digitalizzazione, le traduzioni alfanumeriche, i fascicoli basati su indicatori quantitativi, le griglie diagnostiche e valutative si sono stratificati nella quotidianità dei servizi, dove il personale interpreta gli eventi della vita delle persone registrando, certificando e scomponendo le relazioni affettive e le esistenze in categorie predeterminate.

Il rischio che Fiorillo evidenzia è quello della modellizzazione: quando i processi terapeutici vengono ridotti a percorsi standardizzati, si perdono i tempi frammentati, le discontinuità, i ritorni di memoria che danno senso alla vita delle persone prese in carico. La biografia istituzionale — fissata nei database — soverchia la memoria soggettiva del vissuto personale. Nella ricerca sull'affido, ad esempio, emerge uno iato tra la biografia istituzionale dei minori e il vissuto del nucleo familiare in difficoltà. Nella ricerca sulla psichiatria di territorio, gli operatori descrivono il senso del vuoto di memoria che accompagna i silenzi: solo nel dispiegarsi di una relazione di fiducia si possono rimontare i pezzi di un vissuto frammentario, attraverso una triangolazione narrativa tra utente che parla, operatore che raccoglie il racconto e psichiatra a cui viene riferito (Fiorillo 2019).

C'è una struttura di potere nell'opacità delle biografie istituzionali: il diritto al silenzio è riconosciuto solo a chi, nella gerarchia, occupa posizioni apicali. La diagnosi è taciuta, il reato rimane nella scheda del soggetto inviante, la dipendenza da sostanze è sistematicamente omessa dai discorsi. Solo la disabilità, visibile nel corpo, viene affrontata nella piena trasparenza. Sul fondo rimane la ricerca personale del "riscatto" dalla crisi, che non trova uno spazio di "appaesamento condivisibile" (De Martino 1997).

L'approccio etnografico, afferma Fiorillo, può ispirare strumenti capaci di riempire i vuoti di memoria tra biografie istituzionali e percorsi di vita — facendo perno sul lavoro di relazione e le pratiche narrative. I focus group e le tecniche di animazione sociale permettono di ricostruire insieme gli eventi; la narrazione dialogica e policentrica (Lotman 1993; Bachtin 1979) colma i vuoti e induce percorsi di autovalutazione delle dinamiche d'équipe. La memoria è "corpo in situazione" (Grotowski 1970), "percezione sensoriale che dischiude l'inatteso" (Le Breton 2007): restituirle spazio nei servizi significa riconsegnare alle persone la coerenza tra i propri ricordi, la percezione di sé e la propria identità (Severi 2004).

CAPITOLO 13 – Ivan Severi

"Stalker. L'antropologo all'ombra dei servizi"

Severi rilegge a posteriori il proprio percorso professionale nel campo del consumo di sostanze e dei servizi sociali — con tappe significative come il progetto "Principi attivi di salute" del CNCA (2018-2019) — per mostrare come il ruolo dell'antropologo applicato non esista preconfezionato ma si costruisca pezzo per pezzo attraverso la negoziazione continua con committenti, operatori e utenti. Il capitolo chiude il volume riflettendo su cosa significhi "saper fare" antropologico in contesti che chiedono risultati misurabili e tempi brevi.

Il titolo richiama il film di Tarkovskij: l'antropologo come stalker, figura che si muove in zone pericolose e difficili da attraversare, sempre sul margine, all'ombra. È il capitolo conclusivo del volume e il più apertamente autobiografico: un'auto-etnografia che rilegge a posteriori il percorso professionale di Severi, focalizzato sull'ambito del consumo di sostanze, delle pratiche, delle politiche e degli apparati di gestione, controllo e intervento dei servizi sociali ad esso connessi.

Il contributo si struttura in due parti. La prima ricostruisce il percorso formativo che ha portato Severi a costruire un ambito professionale non preesistente: l'ingresso graduale nel campo del consumo di sostanze, la negoziazione continua con committenti istituzionali, l'apprendimento di come muoversi tra accademia e servizi. La sua prima grande ricerca è commissionata da una cooperativa sociale nell'ambito dell'affido a comunità, poi c'è la ricerca germinata nell'intersezione tra incarico professionale e possibilità di organizzazione collettiva dei consumatori come soggetto credibile.

La svolta professionale vera e propria — il "rito di iniziazione" (Allovio 2014) — arriva tra il 2018 e il 2019 con il progetto "Principi attivi di salute" del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA), ente di secondo livello che raggruppa soggetti del privato sociale con una comune prospettiva politica. Il progetto prevedeva una ricerca qualitativa con metodologia etnografica (interviste e osservazione partecipante) su un campione di consumatori problematici di sostanze, intercettati nei drop in e servizi di bassa soglia in sei città diverse. Severi si trova a costruire un preventivo che risponde alla richiesta facendo i conti con tempi brevi, budget limitato e necessità di mantenere un livello di scientificità sufficiente. Questa è la negoziazione del contratto nella sua forma più concreta.

La seconda parte del contributo descrive le attività caratterizzanti il suo ambito professionale: formazione, consulenza, ricerca applicata — spesso al confine tra queste tre dimensioni, spesso incapace di situarsi chiaramente in una sola. Severi individua nella capacità di muoversi contestualmente nell'incertezza la cifra distintiva di un saper fare etnografico maturo. Il ruolo dell'antropologo applicato nei servizi non esiste preconfezionato: si costruisce pezzo per pezzo, attraverso la negoziazione continua con committenti, operatori e utenti. È un lungo training, una "cesellatura di un ruolo" — riprendendo la metafora delle curatrici nell'introduzione.

Sul piano della formazione universitaria, Severi propone un punto di equilibrio: servirebbe una formazione più ancorata alle domande provenienti da specifici servizi per specifici target, ma senza rinunciare alla formazione teorica dell'antropologia classica. Il rischio opposto — una formazione troppo specialistica — è quello di perdere la capacità di leggere i macro-fenomeni, di connettere le pratiche minute con le strutture più ampie. Il punto di sintesi sta nel riconoscere che la postura antropologica e il metodo etnografico hanno acquisito un valore non solo nella ricerca ma, elettivamente, nell'applicazione, nella formazione e nell'intervento. Sapere dove ti trovi — dentro o fuori, vicino o lontano, esperto o mediatore — è la competenza più difficile da acquisire e la più preziosaa da esercitare.

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