
La teoria del controllo sociale (e dell'autocontrollo)
Negli anni Cinquanta e Settanta, emerge la teoria del controllo sociale, che propone una nuova domanda: anziché concentrarsi sulle ragioni per cui le persone trasgrediscono, questa teoria si chiede cosa le trattenga dal deviare. La teoria, sviluppata in un clima di crescente conservatorismo in criminologia, definisce il reato come uno squilibrio tra l’impulso al crimine e i freni sociali o fisici che dissuadono le persone dal commettere azioni dannose. Si sostiene che la devianza si verifichi quando mancano i controlli sociali che fungono da deterrenti.
La teoria del controllo sociale identifica tre tipi di controlli: esterni, interni diretti e interni indiretti. I controlli esterni derivano dalla sorveglianza da parte di altre persone o istituzioni, come figure di autorità che scoraggiano il crimine attraverso il controllo sociale. I controlli interni diretti includono sentimenti di vergogna, imbarazzo e colpa, mentre i controlli interni indiretti si basano sull’attaccamento emotivo verso altre persone e il desiderio di non perdere il loro affetto e stima.
Hirschi, con la sua Bonding Theory esposta in Causes of Delinquency (1969), identifica quattro elementi chiave dei legami sociali che, se assenti, rendono più probabile la devianza: l’attaccamento, che riguarda i legami affettivi verso altri significativi o verso le istituzioni; l’impegno, inteso come l’investimento in progetti di vita come scuola o professione; il coinvolgimento, che fa riferimento al tempo speso in attività convenzionali come scuola e associazioni; e la convinzione, ossia la credenza nella validità delle regole vigenti.
La teoria dell'autocontrollo
Negli anni Novanta, Gottfredson e Hirschi sviluppano la teoria dell'autocontrollo, A General Theory of Crime (1990), che parte da una critica alla teoria del controllo sociale. Essi osservano che anche le persone con forti legami sociali possono violare la legge, e attribuiscono ciò al ruolo delle opportunità e delle occasioni. Secondo questa prospettiva, persino i "bravi ragazzi" potrebbero commettere atti illeciti se le circostanze lo rendessero conveniente. La differenza, quindi, risiede nell'autocontrollo: la tendenza a evitare azioni i cui costi a lungo termine superano i benefici immediati.
Secondo la teoria dell'autocontrollo, questa capacità si apprende nei primi dieci anni di vita, ponendo dunque un’enfasi particolare sull'infanzia rispetto all'adolescenza. Gottfredson e Hirschi attribuiscono ai genitori un ruolo fondamentale nello sviluppo dell'autocontrollo, sostenendo che per favorirlo devono soddisfare quattro condizioni: devono notare tempestivamente le trasgressioni dei figli, investire tempo ed energie per sorvegliare il loro comportamento, esercitare un controllo efficace sulle loro azioni e punirli immediatamente quando necessario.
Le dimensioni dell'autocontrollo includono un orientamento temporale lungimirante, la capacità di pianificare per il futuro, la tenacia nelle attività, l'importanza della riflessione prima di agire, la sensibilità ai bisogni degli altri, la capacità di resistere alle avversità e una scarsa attrazione per i rischi. Questa teoria sottolinea che, a differenza della teoria del controllo sociale, il controllo sociale si sposta da un elemento esterno a uno interno, diventando un tratto personale acquisito nella prima infanzia e presente negli individui che riescono a resistere alla devianza.